Ogni anno, il 6 e il 7 agosto, Trapani si veste a festa per il suo Patrono.
La città si raccoglie attorno a Sant’Alberto, seguendolo lungo le vie della città tra il suono della banda, le preghiere dei fedeli e un’emozione che si rinnova di generazione in generazione.
Eppure, c’è un momento che passa quasi in silenzio.
Un rito antico che, fino a qualche anno fa, non conoscevo nemmeno io.
Ed è stato proprio quello a colpirmi più di ogni altro.
Il rito dell’acqua e della bambagia: il cuore più autentico della festa
La mattina del 6 agosto, mentre molti attendono il trasporto serale della statua, nel Santuario della Madonna di Trapani si rinnova uno dei gesti più antichi della devozione a Sant’Alberto.
Viene benedetta l’acqua.
E viene distribuita la bambagia rimasta per un intero anno a contatto con la reliquia del cranio del Santo.
Un piccolo batuffolo di cotone.
Nulla di appariscente.
Eppure basta osservare i volti dei fedeli per capire quanto quel gesto sia importante.
C’è chi lo conserva in casa da sempre, chi lo riceve con gli occhi lucidi, chi lo stringe tra le mani quasi fosse un piccolo tesoro.
In quel momento ho capito che il cuore della festa non è fatto di grandi gesti.
È fatto di simboli.


Una tradizione che attraversa i secoli
Ma perché proprio l’acqua e la bambagia?
Secondo la tradizione carmelitana, tutto risale al 1364. Il giovane Federico d’Aragona, figlio del re di Sicilia Pietro IV, era gravemente malato e ormai senza speranza di guarigione. Affidatosi all’intercessione di Sant’Alberto, venne toccato con la reliquia del Santo e bevve dell’acqua benedetta con la stessa reliquia. La guarigione, raccontata dalla tradizione, diede origine a una devozione destinata a durare nei secoli.
Da allora l’«Acqua di Sant’Alberto» continua a essere benedetta ogni anno e la bambagia, rimasta a contatto con la reliquia del cranio del Santo, viene distribuita ai fedeli come segno di protezione, speranza e affidamento.
Sono tradizioni che non hanno bisogno di essere spiegate a chi le vive da sempre.
Ma forse hanno bisogno di essere raccontate, perché chi arriva da fuori – o anche chi vive qui da una vita – possa scoprirne il significato.
Dal Santuario alla Cattedrale: una città che si mette in cammino
Solo quando il rito si conclude, la città si prepara al trasporto della statua-reliquiario.
La sera del 6 agosto Sant’Alberto lascia il Santuario della Madonna e raggiunge la Cattedrale di San Lorenzo.
Il passaggio davanti alla chiesa dedicata al Santo, nel quartiere che porta il suo nome, il momento di preghiera, i fuochi d’artificio e la tradizionale consegna delle chiavi della città davanti a Palazzo d’Alì raccontano una devozione che continua a coinvolgere l’intera comunità.


Il giorno successivo, dopo il Solenne Pontificale, il Patrono torna al Santuario accompagnato da migliaia di persone.
È un ritorno che, ogni anno, sembra riportare tutti un po’ a casa.
Le tradizioni più belle sono quelle che continuiamo a scoprire
Pensiamo di conoscere una festa perché l’abbiamo vista tante volte.
Poi succede qualcosa.
Ci fermiamo qualche minuto in più.
Osserviamo meglio.
Ascoltiamo.
E scopriamo che dietro una processione c’è un mondo fatto di gesti, simboli e storie che il tempo non è riuscito a cancellare.
È successo a me con il rito dell’acqua e della bambagia.
E, forse, è proprio questo il bello delle tradizioni.
Non smettono mai di raccontarci qualcosa di nuovo.
E c’è un’altra storia che rende Sant’Alberto ancora più speciale
Per secoli Trapani ed Erice si sono contese i natali di Sant’Alberto degli Abati.
Il dibattito storico è ancora oggi aperto, ma un primato appartiene certamente alla città di Erice: qui, nel 1371, fu edificata la prima chiesa al mondo dedicata a Sant’Alberto dopo la sua canonizzazione.
Un segno di una devozione antichissima che, ancora oggi, unisce due città nel nome dello stesso Santo.
Se vuoi conoscere altre tradizioni religiose e vivere emozioni e fede, leggi pure questo articolo: Processione dei Misteri di Erice


